relazione del testo “storia della globalizzazione” di Junger Osterhammel e Niels P. Petersson

JUNGER OSTERHAMMEL insegna storia contemporanea all’Università di Costanza, nel campo della storia non europea e della storia dell’espansione europea. Le sue ricerche hanno una prospettiva globale. NIELS P. PETERSSON è stato assistente all’Università di Costanza, ora è professore di storia alla Sheffield Hallam University.  
cap 1°: Questo termine sembrerebbe definire la nostra epoca in riferimento all’esperienza concreta di molte persone sia in ambito delle comunicazioni che in quello del consumo, in cui il gioco della domanda e dell’offerta operano a livello mondiale. Compito degli storici è riuscire a descrivere i fatti individuandone cause ed effetti. Tutte le “izzazioni” indicano processi molto ampi, di lunga durata e con un portato trasformatore considerevole. La questione è capire se la globalizzazione possa rientrare a pieno merito nel metaconcetto della modernizzazione. La sfida è cercare di guardare al passato in modo nuovo a partire dalla prospettiva della globalizzazione: le interconnessioni internazionali giocarono un ruolo più importante di quanto la storiografia classica non abbia sottolineato? La globalizzazione richiama l’intensificazione e l’accelerazione delle relazioni su scala mondiale e il problema che si pone è se questo processo implichi il declino dello stato nazionale e l’omologazione culturale. Sostenitori e detrattori della globalizzazione sono concordi nell’affermare che il rapporto di potere tra Stati nazionali e mercati volge a favore dei mercati, le multinazionali, che sfruttano le condizoni economiche più favorevoli evitando la pressione fiscale del loro  Stato d’origine, pregiudicandone, quindi, gli interventi economici e sociali. L’omogeneizzazione culturale viene combattuta dai movimenti per la salvaguardia delle culture tradizionali, però usufruendo degli stessi mezzi che vorrebbero boicottare. Roland Robertson definisce questa concidenza di omogeneizzazione ed eterogeneizzazione col termine glocalizzazione, ossia un processo di ibridazione, in cui elementi culturali nuovi si mescolano con quelli tradizionali. La velocità e la frequenza delle comunicazioni e degli spostamenti ha indotto molti interpreti a descrivere la globalizzazione come una compressione spazio-temporale, da cui derivano la deterritorializzazione e la sovraterritorietà, cioè la tendenza al dissolvimento della statualità legata allo spazio. Due dei maggior interpreti di questa linea di pensiero sono Martin Albrow(concetto di globalismo)  e Manuel Castells (l’idea di società di rete).  Secondo David Held, James N. Rosenau, Ian Clarke, invece, la globalizzazione è un processo in atto già da lungo tempo, che non dissolve la sovranità statale, ma la trasforma profondamente. Questi vedono la globalizzazione come un fenomeno del passato più recente, che si fonda comunque su processi politici, economici e militari di lunga storia.  A ciò non mancano gli scettici della globalizzazione, Paul Hirst e Grahame Thomposon, che la interpretano come una copertura ideologica delle stategie americane per il controllo economico. Noi come storici dobbiamo chiederci non quando ebbe inizio la globalizzazione, quanto piuttosto trovare un accordo sul concetto di tale termine che non sia pedante o indeterminato per riuscire ad orientersi nella lettura del passato senza presupporre il risultato della ricerca.
cap 2°: L’uso del termine globalizzazione in senso proprio è cosa degli ultimi decenni, ma, come è ovvio osservare, può essere solo il risultato di un lungo processo che gli storici hanno analizzato riferendosi a studi di economia mondiale, ricerca delle migrazioni, relazioni internazionali e imperialismo-colonialismo. Quest’ultima è, in modo particolare, fonte importante per la storia della golabalizzazione. La differenza tra storia mondiale e storia globale è che la prima tende ad analizzare la storia delle diverse civiltà  con particolare attenzione alla loro comaparazione, invece la storia globale fa una disamina sulla storia dei contatti e degli scambi tra queste civiltà. Si contrappone all’idea di esaurirsi nella storia dell’ascesa dell’Occidente, tendendo piuttosto ad interrogare trasversalmente le varie storie nazionali, esaminando le relazioni tra i popoli a prescindere dalla politica di potenza, addirittura anche non connesse direttamente con la globalizzazione. Immanuel Wallerstein dal 1974 sta elaborando una teoria per il concetto di “moderno sistema-mondo” e finora ha attuato il progetto di ricerca per il periodo che va dal 1500 al 1850. Non è ancora arrivato ai rapporti realmente globali, quindi, il suo approccio del sistema rimane un’interpretazione dell’espansione capitalistica europea, ma i seguenti aspetti possono rivelarsi assai utili: 1) l’idea di una scala di piani di ricerca che va dal sistema-mondo sino all’economia domestica senza dare preminenza allo Stato; 2) l’idea di una continua espansione dei confini politici; 3) il concetto di semi-periferia. Un modo per accostarsi alla preistoria della globalizzazione senza adottare questo approccio “dall’alto” ci viene dato dagli studi antropologici, nei quali le storie parallele delle singole civiltà si intrecciano in una rete d’interazione grazie a politiche matrimoniali, legami religiosi e flussi finanziari. Però anche in questo     approccio le reti relazionali non sono coincidenti (parti del tutto), è quindi preferibile studiare le connessioni mondiali sul terreno dell’agire individuale. Nell’analisi economica mondiale dei primi del Novecento già si parlava di reti sociali, ma non ogni rapporto sociale costituisce di per sé una rete, che per essere deve presupporre un certo grado di stabilità e di sostegno istituzionale. Secondo Castells, infatti, solo nell’epoca presente sono disponibili gli strumenti con cui costruire le strutture portanti e gerarchiche della vita economica e sociale, in cui il sistema di potere diventa meno visibile ma più pervasivo veicolando i modi del pensiero sociale, mentre secondo “la teoria delle relazioni internazionali” di John W. Burton i rapporti sociali sono strutturati come una “tela di ragno”, a prescindere dai poteri e dai confini politici. Un limite nella nozione di rete consiste nell’appiattimento dell’intensità delle interazioni sociali. In questo caso  la rete, intesa in senso lato, oltrepassa i confini esistenti, ma niente gli impedisce di crearne di nuovi. Su questo fronte l’insistenza di Wallerstein sulle contraddizioni tra centro e periferia agisce in senso correttivo: gli scambi, infatti, non si distribuiscono uniformemente su tutto il territorio; si creano degli spazi d’interazione più intensa ed è in questi spazi che si fa la storia della globalizzazione. Non si deve banalizzare questo dato con la dipendenza di tutto da tutto. A volte non vi è reciprocità negli scambi (schiavi, periferia-città-periferia), anche se essi creano una rete transcontinentale, occorrono un certo numero di filiere simili e un buon grado di reciprocità perché sorgano spazi d’interazione economica globale. Quindi il termine globalizzazione, inteso come intensificazione degli scambi, perde il significato statico che si vuole dare per delimitare la nostra epoca. Il processo della globalizzazione si estende lungo migliaia di anni. Con Wallerstein sosteniamo che l’avvio della globalizzazione sia cominciato con la costruzione degli imperi coloniali portoghese e spagnolo del 1500 circa e colla consecutiva interdipendenza multilaterale. Una intensificazione del processo si ebbe con la rivoluzione industriale che comportò la dissoluzione degli imperi coloniali in favore del libero commercio e dell’esportazione del modello istituzionale europeo. Successivamente le volontà nazionali sviluppatesi in modo preponderante tenderanno a intendere l’economia mondiale in funzione della potenza nazionale, andando così ad incrinare il processo globalizzante almeno fino alla fine della II Guerra Mondiale, quando la ricerca di ricostruzione portò alla nascita dei due blocchi di potere alternativo. 
 
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Una risposta a relazione del testo “storia della globalizzazione” di Junger Osterhammel e Niels P. Petersson

  1. silviagarbari ha detto:

    capitoli primo e secondo

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